DOG MAN MA NON QUELLO DI GARRONE

Il nuovo film tratto dai libri illustrati di Dave Pilkey (autore della serie di Capitan Mutanda, di cui Dog Man è una sorta di spin-off) è uno di quegli strani esperimenti Dreamworks che mette d’accordo adulti e bambini nel divertimento.

Dog Man è coloratissimo, ipercinetico, concepito e disegnato come lo farebbe un bambino (e infatti dovrebbe essere un fumetto ideato da George e Harold, i due protagonisti di Capitan Mutanda) ma animato con le tecniche più sofisticate, secondo la lezione che gli ultimi film animati anche di Sony Pictures Entertainment hanno indicato.

La premessa è già assurda in partenza: Dog Man è il risultato della fantasia di una chirurga e un’infermiera che raccolgono un poliziotto e il suo cane dopo un brutto incidente. Entrambi sono in pericolo di vita, ma si risolve cucendo la testa di cane sul corpo del poliziotto, cosa potrebbe mai andare storto?

Ovviamente la fidanzata lo lascia e lui resta a vivere in una cuccia sovradimensionata alla perenne caccia della sua nemesi, il malvagio gatto Gino (Petey in originale). I villain in Dog Man hanno le voci migliori: Petey è Pete Davidson e il pesce che fa da boss finale è doppiato da Ricky Gervais.

Petey è anche il centro emotivo del film: gatto cattivo perché abbandonato da un padre anaffettivo, si riproduce per clonazione e ottiene però… un sé stesso cucciolo che funge da figlio. Lo abbandona, perché non sa fare altro, ma prima della fine del film scoprirà le gioie della paternità.

Tutto sommato, un film che sono stato contento di vedere, anche se avrei preferito la versione originale.

POIROT IN VATICANO: CONCLAVE

Conclave non avevo nessuna intenzione di vederlo, poi mi son detto gli do una chance dato che c’è Ralph Fiennes che corre per l’Academy Award. E niente, dopo 5 minuti di film (grosso modo l’apertura con la morte del papa fino al titolo a tutto schermo CONCLAVE) sono rimasto catturato e sai che non è niente male? Chi lo avrebbe mai detto che un mucchio di porporati chiusi in una stanza potessero tirar fuori un thriller che ti tiene sveglio e attento!

Questo è merito ovviamente delle interpretazioni di Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow e soprattutto Isabella Rossellini, mai così sardonica nel ruolo della suora che veglia sul conclave. E poi merito anche di una colonna sonora e un production design che vogliono continuamente convincerti che in realtà stai guardando Shining e che da un momento all’altro dalle porte della Casa di Santa Marta (in realtà ricostruita a Cinecittà) si apriranno facendo scorrere una cascata di sangue.

Il Cardinale Lawrence (Fiennes) è il riluttante decano del conclave che presiede le votazioni. il Cardinal Bellini (Tucci) è il candidato progressista mentre Tedesco (Sergio Castellitto) è il candidato islamofobo e conservatore. Ci sono poi il cardinal Ademaye (Lucian Msamati) e il cardinal Tremblay (Lithgow) ognuno con qualche scheletro nell’armadio.

Chi sarà il nuovo papa alla fine diciamo che lo si capisce dopo un quarto d’ora di film, ma anche lì, per chi non ha letto il romanzo originale di Robert Harris, c’è comunque un discreto colpo di scena.

Insomma, un po’ un Poirot in Vaticano, ma girato bene e addirittura, oserei dire, con qualche suggestione lynchiana nell’inquietudine degli arredamenti e degli oggetti. Spero che si porti a casa qualche premio.

CHALAMET GOES ELECTRIC: A COMPLETE UNKNOWN

Tra i tanti film su Dylan che tradizionalmente usano un verso di una canzone nel titolo (e ce ne sono almeno due che citano “Like a Rolling Stone”) arriva questo A complete unknown di James Mangold con Timothée Chalamet che – devo confessare – spacca più di quanto mi potessi aspettare. Intanto si concentra su 4 anni della vita di Bob Dylan, dal 1961 al 1965. Da quando arriva a NYC e si fa conoscere da Pete Seeger e Woody Guthrie a quando sveste i panni di campione giovanile del folk e spariglia le carte con l’esibizione “rivoluzionaria” a Newport, un mese prima di uscire con Highway 61 Revisited.

Questa decisione di partenza, derivata anche dal materiale di partenza, il libro Dylan goes electric! di Elijah Wald, rende il film compatto e molto incisivo nel far capire come la figura di Dylan nel giro di pochissimi anni sia potuta diventare forse il primo grande esempio di fandom (anche tossica) negli stati Uniti.

Timothée Chalamet è spettacolare, il mimetismo con Dylan è assoluto (è piaciuto a Dylan stesso e del resto chi non godrebbe come un riccio se a interpretare sé stesso da giovane fosse Chalamet), dalla postura alla pettinatura, dall’espressività del viso alla voce chioccia e la risatina nerd (ho fatto il confronto con alcune interviste d’epoca di Dylan, su questo sono un po’ maniacale.

Dylan arriva come dal nulla, conquista prima Seeger (Edward Norton) e Guthrie (Scoot McNairy) ormai malato, poi quasi contemporaneamente Joan Baez (Monica Barbaro) e Suze Rotolo (che qui si chiama Sylvie ed è interpretata da una dolente Elle Fanning – la vera Suze è morta e non avrebbe potuto dare assenso a un film sulla sua vita). Poi conquista le folle oceaniche di pubblico. E infine sputa sopra a tutto, per ricominciare da capo e fare la storia del rock.

Il film ha pochi dialoghi e moltissime canzoni, Chalamet sta sempre, invariabilmente con la chitarra in mano, se non suona e canta sta componendo o mugugnando qualcosa, per i fan è un tripudio di musica. A un certo punto si vede Johnny Cash, ma non è Joaquin Phoenix (peccato, con Walk the Line, sempre di Mangold, si poteva costituire un Country/Folk Cinematic Universe dove Mangold continuava facendo film anche su Seeger, su Joan Baez, etc).

Ovviamente va visto in originale, altrimenti perde moltissimo.