Vedere a 24 anni di distanza un nuovo Bridget Jones (conto 24 anni dal primo, perché il secondo e il terzo… meh) è abbastanza straniante. Però, se sei fan del personaggio, piacevole. In questo film-fiume (quasi due ore di faccette e goffaggini!) Renée Zellweger si reimmerge nel personaggio della sua vita come se non avesse mai fatto altro e questo è quantomeno… confortante. Ci sono tutti i comprimari storici che fanno la loro bella apparizione per scaldare i cuori del pubblico (soprattutto il Daniel Cleaver di Hugh Grant, chevvelodicoaffà) e c’è una nuova intrigante situazione.
Mark Darcy è deceduto (niente paura, appare ogni tanto in forma fantasmatica) e Bridget è una mamma single che deve tirar su due bambini (il più grande è quello nato in BJ3). Tra la frenesia della routine quotidiana, il lasciarsi andare e l’ovvia mancanza di partner sessuali, Bridget si barcamena tra il ritorno al lavoro (suggerito dalla strepitosa ginecologa acida di Emma Thompson) e il ritorno al dating su Tinder, dove conosce il toy boy del titolo, Leo Woodall.
Ma intorno a Bridget e alla sua famiglia gravita anche il professore del figlio (Chiwetel Ejofor) che sulle prime sembra scostante e antipatico, ma ovviamente scatterà la scintilla – ottima la parte in cui Bridget accompagna la classe del figlio in gita nei boschi con lo scontroso professore. Insomma, una dinamica Cleaver/Darcy aggiornata a una Bridget più anziana, più saggia ma sempre gloriosamente imbranata.
C’è una spruzzata di About a Boy nella sottotrama del figlio e una piccola occasione mancata nell’introduzione del personaggio di Isla Fischer che poi non si vede più per il resto del film. Tutto sommato non male, e forse non meritava di avere una distribuzione (in USA) solo in streaming.