ERNESTO TIRO’ LO SCARICO

…Da un delirio mattutino in collaborazione con Léaud
Ernesto tirò lo scarico, con una tale decisione che nessuno riuscì a frenare l’impeto dell’acqua. La febbre esterna era calata, e la dottoressa diceva "Misurategliela all’inguine, la temperatura".
Ma nessuno lo fece, e quando Ernesto tirò l’acqua la gente capì che aveva chiuso.
flusssssssssshhhhhhhhhhhhhhhhh
sgurglglglglglg
Ernesto scivolava in un tubo scuro, pieno di liquido tiepido. Non era spaventato: solo, non riusciva a trovare un appiglio – perché il tubo era liscio, morbido e senza giunture.
"Forse, se riuscissi a cambiare posizione" pensò, "potrei vedere dove mi sto dirigendo"…
E con uno sforzo enorme Ernesto si girò con la testa verso il fondo del tubo.
Si sentiva coccolato da quel liquido caldo, e poco mancò che non si addormentasse.
Scivolava morbidamente. Solo ogni tanto un rumore, una curva a gomito, un piccolo sussulto.
Ernesto infine ebbe un sobbalzo.
La sua corsa era finita: era andato a sbattere contro una parete soffice ed elastica.
Riuscì ad alzarsi in piedi, con difficoltà, visto che il suo corpo era completamente ricoperto da quel liquido scivoloso.
Solo allora si rese conto pienamente della sua nudità.
Lo assaliva la sensazione sgradevole di non potersi liberare di quel liquido, e la fastidiosa percezione del suo corpo nudo lo metteva in ansia.
Rumori di acqua corrente provenivano da dietro una curva a gomito. Muovendosi a tentoni nel buio completo, Ernesto si avvicinò a quella fonte di rumore.
Una tenue luminescenza cominciò a definire i contorni dell’ambiente: Ernesto arrivò in una sorta di stanza dalle pareti sghembe e senza alcuna apparente geometria.
Il rumore di acqua corrente era prodotto da una serie di bocchettoni dall’aspetto organico che pulsavano, emanando quella strana luce verdastra.
Eppure quella che espellevano era acqua, acqua fresca! Ernesto si accorse improvvisamente di avere la gola arida, e accolse in bocca una di quelle morbide escrescenze.
Non passarono che pochi minuti da quella bevuta, che Ernesto cominciò ad avvertire delle fitte lancinanti allo stomaco.
I bocchettoni cominciarono a pulsare ritmicamente costruendo delle parole che, dapprima incomprensibili, divennero mano a mano più chiare.
"Vieni con noi" vibravano i bocchettoni… "Vieni con noi".
Ernesto si contorceva sul pavimento, avvolto ormai completamente in quella bava viscida che rendeva difficoltoso ogni suo movimento.
I bocchettoni smisero di pompare acqua e proiettarono verso Ernesto dei tentacoli rosei simili a tante lingue sottili.
I tentacoli lo avvolsero, penetrando in ogni orifizio del suo corpo, e lo sollevarono.
Nella mente di Ernesto, un flash – improvvisamente si trovò in un ufficio candido, davanti ad una macchina fotocopiatrice.
Una sensuale segretaria gli chiedeva cosa fare, mordicchiando il cappuccio di una penna…
"Signor Ernesto, è sicuro di sentirsi bene?"
La segretaria lo guardava maliziosamente. Ernesto, asciugandosi la fronte, cercava di capire.
Trascinandosi lungo il muro del corridoio entrò in bagno: vomitò un liquido verde, poi tirò lo scarico con una tale decisione che nessuno riuscì a frenare l’impeto dell’acqua. La febbre esterna era calata, e la dottoressa diceva "Misurategliela all’inguine, la temperatura".
Ma nessuno lo fece, e quando Ernesto tirò l’acqua la gente capì che aveva chiuso.

L’INSOSTENIBILE IRRAZIONALITA’ DELLA DONNA

S – Ciao!
P – Ciao, come va?
S – Io bene! Mi hai cercato?
P – Sì, ho fatto squillare un po’ al tuo interno, poi ho provato anche sul cellulare ma come al solito era spento…
S – Ah, ecco… volevi dirmi qualcosa?
P – Ma no, soltanto sentire come va
S – Sei strano.
P – No, scusa, perché io non posso telefonarti per sapere come va? Tu lo fai sempre…
S – E’ successo qualcosa?
P – Ma niente, ma perché deve essere successo qualcosa?
S – Sei strano, hai un tono strano… Non puoi parlare?
P – Ma porca puttana sono in ufficio, logico che non mi posso mica mettere ad urlare…
S – Cosa dici? Parla più forte non ti sento…!
P – HO DETTO CHE SONO IN UFFICIO, MICA MI POSSO METTERE AD URLARE!!!
S – Ah, ecco! Quindi non puoi parlare.
P – Ma sì che posso parlare, soltanto che… ma poi, cazzo, volevo solo sapere come va…!
S – Secondo me c’è qualcosa che non mi vuoi dire.
P – Ma no, che palle…
S – Va bè senti ci vediamo dopo – io adesso vado a fare la spesa.
P – Ascolta, quando arrivi a casa guarda la posta, ti ho mandato una mail.
S – Allora lo vedi che c’è qualcosa?
P – MA CI HO SOLO SCRITTO DUE CAZZATE E UN ‘TI AMO’!
S – Io non ti capisco.
P – Comunque guarda la mail.
S – OK.
P – E ricordati di prendere il caffé, che manca.
S – OK.
P – Ciao.
S – Tu mi preoccupi.
P – …
S – Va be’, ciao.

IL PEZZO DI CARTA

La segreteria dell’università: il solito girone infernale? Alla Camera di Commercio serviva il certificato di laurea. Ovviamente io, stordito come sempre, credevo che si riferissero a quello in carta legale (in carta libera ne ho un tot in casa, per ogni evenienza – ho anche quello in carta libera con esami, ottimo per assorbire le perdite del sifone sotto il lavandino). Mi dirigo dunque con piglio marziale nel mio vecchio ambiente, dove trovo lo stesso tristissimo impiegato che mi ha accompagnato nel corso di studi dal 1989 al 1994. Ma non c’è la solita coda. Come mai? Ne approfitto intanto per fare qualche foto all’Alma Mater. Mentre faccio rifornimento di certificati (io adoro i certificati) mi viene in mente di chiedere quello in carta legale (SOLO 10,33 EURO! AFFARONE!). “Lei quando si è laureato?” – “Nel 1994” – “Ma allora ce l’abbiamo di certo! Ecco, si figuri, ce lo abbiamo qua dal 2001!!!” (N.B.: 7 anni per produrre uno di quei mostri ingombranti da appendere in salotto con cornice in legno scuro). Ma sono contento così, con il “pezzo di carta” finalmente in mano dopo tanti anni. Mi sento come se mi fossi appena laureato.