MINDFUL WALKING FOR DUMMIES

In queste settimane sto sperimentando una cosa che si chiama walking meditation. O mindful walking, vedete un po’ voi.

In pratica si tratta di camminare cercando di svuotare la mente dai pensieri ed essendo presenti a sé stessi con i cinque sensi. La cosa mi aiuta sul piano fisico perché, non avendo ormai sinceramente molta voglia di correre, sento più nelle mie corde farmi cinque km di camminata al giorno, che può essere anche solo andare e tornare a piedi dall’ufficio. Mi aiuta poi anche molto sul piano mentale in un periodo che già arriva dopo il covid, la guerra, le cavallette e che sinceramente a me e alla mia famiglia sta offrendo solo merda settimana dopo settimana.

Quando parto con queste camminate tengo un passo abbastanza veloce, una media di 7 km/h, diciamo, e una respirazione profonda e consapevole. Camminando così, è inevitabile che arrivino i pensieri: quella cosa che devi fare, quel debito che devi pagare, quella visita che ti preoccupa, quel casino da sistemare, la pletora di appuntamenti che devi rispettare, quel lavoro che devi consegnare, e ogni giorno se ne aggiungono di nuovi, perché come dicono Maicol e Mirco in una vignetta che non ritrovo, la vita è una costante rottura di cazzo: non hai ancora finito di fare una cosa che già devi farne un’altra.

Il trucco qui consiste nel concentrarsi sul passo, sui piedi che avanzano ritmicamente, e sul respiro. E poi nel risvegliare i sensi. Al tatto, la camminata è piacevole se hai le scarpe con una suola tipo memory foam, anche se certe volte hai la sensazione che anche camminare a piedi nudi sull’asfalto o sui sanpietrini potrebbe essere una buona idea (non lo è, ovviamente, ma ogni tanto ho questa fantasia). Se c’è tanta afa la senti sulla pelle, soprattutto sulla nuca e sulle braccia, ma se c’è un po’ di vento come stamattina va ad accarezzare tutte le terminazioni nervose possibili.

Respirando profondamente, il senso dell’olfatto va in tilt. In città ci sono mille odori, purtroppo quasi tutti sgradevoli, ma vanno sperimentati. Per esempio la mattina quando vado in ufficio si alternano asfalto rovente, ventate di metro, ammoniaca, rifiuti organici lasciati al sole, pipì di cane, cacca di cane, improvvise folate di aromi provenienti da forni o bar che scaldano i croissant… tutto mescolato insieme, ma dopo un po’ di pratica tutto facilmente scomponibile in elementi singoli.

L’udito, in questa pratica, non andrebbe coccolato con un paio di cuffie antirumore in cui spararsi la propria musica preferita. Cioè, si può anche fare, ma è più mindful sentire i rumori intorno a te, la serranda che si alza, il tram che passa sferragliando, le frenate improvvise delle auto, il tizio che urla da solo in mezzo alla strada imprecando contro il sistema, la gente che ti sorpassa mentre parla tenendo il cellulare davanti alla faccia (non capirò mai questa disabitudine a tenere il cellulare accanto all’orecchio come un caro, vecchio telefono) e – incredibile a dirsi – i merli, le rondini, i gabbiani, le cornacchie e lo stormire delle foglie.

La vista può essere stimolata cambiando strada ogni giorno, prendendo nota delle ombre alle diverse ore del giorno, dei negozi che aprono e chiudono, dei portoni aperti dei palazzi che rivelano androni e cortili insospettabili dove addentrarsi magari per un momento fingendo di vivere vite che non sono la tua. Vedere film e serie TV, leggere libri, ascoltare musica e podcast… sono in un periodo in cui non riesco a fare queste cose, che per me hanno sempre avuto una funzione principale, quella di aiutarmi ad evadere e a fuggire momentaneamente dalla realtà. Devo però dire che la realtà delle cose, delle strade, dei luoghi, può servire allo stesso scopo, in un certo senso.

Non è facile, la camminata mindful, probabilmente non è per tutti. Ma io ve la consiglio. L’immagine che vi posso rimandare è quella di un uomo che cammina, con una specie di bolla intorno a lui. Intorno alla bolla si affollano pensieri brutti, cose del passato, cose del futuro, ansie, preoccupazioni, rimpianti, rimorsi, ma la bolla non li fa entrare.

Oh, finché funziona, va bene.

NOTIZIE CHE NON LO ERANO (CIT.)

Prendo a prestito il titolo di un noto libro di qualche anno fa di Luca Sofri (peraltro direttore del Post), per raccontarvi una storia esemplare che ha molto a che fare con il tema e che a mio avviso spiega molto della comunicazione, della società e del giornalismo nel 2020. È una storia vera, è capitata a me nelle ultime 24 ore, potete farci quello che volete, secondo me è istruttiva.

L’ANTEFATTO

Il 3 novembre, alle 22 circa, il vostro affezionato social media coso di quartiere ha l’impressione che un UFO stia atterrando fuori dalle finestre di casa. Tutta la stanza pulsa di luci lampeggianti blu (e sto al quinto piano), perciò interrompo l’ennesima replica di Buffy The Vampire Slayer, salto giù dal divano e vado sul balcone – capitemi, sto in quarantena da dodici giorni, l’unica occasione di vedere qualcosa che non siano le mie tre camere e cucina è affacciarmi sulla strada. Quando guardo giù, l’immagine mi colpisce: una fila di dieci ambulanze sta passando sotto casa a lampeggianti accesi ma a sirene spente. Atmosfera surreale, luci blu ovunque, silenzio. Ho il cellulare in mano, scatto una foto. La riguardo, ha qualcosa di ipnotico, ma soprattutto mi emoziona, mi sembra significativa. La posto su Instagram accompagnata da uno dei miei consueti commenti inutili, un po’ per ricordarmela, un po’ per condividere con i miei amici “guarda che roba assurda che è passata sotto casa mia stasera” (lo faccio tutti gli anni anche con l’orda di Babbi Natale biker che mi passa rombando sotto casa per andare ad augurare buone feste ai bambini del Regina Margherita, l’ospedale pediatrico di Torino). Attenzione a questo dettaglio che torna utile dopo: per motivi assolutamente personali ed espressivi, applico alla foto su Instagram un filtro, una modifica. Si tratta del tilt & shift, una tecnica fotografica che consiste nello sfocare quasi tutto e lasciare a fuoco solo un elemento dell’immagine (in questo caso le ambulanze incolonnate). Per me, come ho detto esplicitamente nel post, un modo di “prendere le distanze” da un’immagine che mi ha colpito emotivamente rendendola simile a un diorama con le macchinine giocattolo – è l’effetto che dà questa tecnica, soprattutto nelle foto prese dall’alto. Poi vado a dormire.

IL FATTO

Alle 8 del mattino del 4 novembre, la foto ha qualche like su Instagram (dove ho un profilo “aperto”) e qualcuno su Facebook (dove ho un profilo riservato esclusivamente agli “amici”). Poco più tardi vengo contattato da un amico giornalista, Vittorio Pasteris, che mi chiede se può usare la foto per illustrare un articolo della sua testata, Quotidiano Piemontese. Mi dice che la trova una foto molto significativa e mi chiede ora e luogo precisi dello scatto. D’accordo, dico, non c’è nulla di male. Da questo punto in avanti, ora dopo ora, la foto diventa virale. Alcune testate la riprendono così com’è, altre mi contattano per avere qualche delucidazione in più che peraltro io non posso dare, non essendo un operatore sanitario e non sapendo assolutamente cosa potevano farci dieci ambulanze in fila sotto casa (per me, anima bella, potevano essere ambulanze vuote che andavano in un immaginario deposito di ambulanze che so, a sanificarsi). I like e soprattutto i commenti cominciano a fioccare, sul post originario di Instagram ma soprattutto sui post social delle testate che hanno ricondiviso la “notizia che non lo era” (tra le altre Fanpage, Huffington Post, Messaggero, Stampa, Repubblica, Corriere e alle 19 persino il TG3 nazionale). La foto è diventata “il simbolo della seconda ondata del Covid-19” (parole non mie, ovviamente).

VALORI COMPOSITIVI E STORYTELLING

In questo paragrafo mi prendo un attimo per spiegarvi che in fatto di politiche sanitarie sono assolutamente un signor nessuno, ma in fatto di comunicazione visiva qualche credenziale ce l’ho. Anche se quella foto sta buttata lì tra un selfie brutto, una foto col bambino e l’occasionale food porn dedicato agli impiattamenti dei ristoranti che a volte frequento, questo non vuol dire che non sia stata – nel giro di pochi secondi – studiata e inquadrata in un certo modo. In origine c’è un taglio verticale, la fila di ambulanze diretta in prospettiva verso un punto sul margine sinistro dell’immagine, il parcheggio sotto casa, il palazzo di fronte. Per enfatizzare il senso di direzione in diagonale opero un taglio quadrato (ma anche perché tradizionalmente su Instagram le foto vengono caricate così) e per focalizzare l’attenzione sulle ambulanze ma anche per “mettere un filtro” tra la scena reale e chi guarda applico il tilt & shift di cui ho accennato. Il filtro in questo caso è l’espressione dello stato d’animo del fotografo, né più né meno. A voler paragonare ‘nu strunz co ‘nu babà, come si dice a Napoli, è lo stesso principio per cui Van Gogh dipinge la luce delle stelle come se fossero spirali e vortici inquietanti. La foto così trattata, sono il primo a rendermene conto, assume una maggiore valenza narrativa. Il caso vuole che la foto sia postata in un tempo (picco di seconda ondata del virus) e un luogo (il capoluogo del Piemonte, regione dichiarata quello stesso giorno “zona rossa”) favorevoli alla sua massima diffusione. Ed ecco il motivo per cui piace ai giornali. Racconta in modo immediato la storia di un territorio in sofferenza, di una popolazione “alla finestra”, di una incertezza che trascolora nell’irrealtà.

LA FONTE, IL GIORNALISTA, IL PUBBLICO, IL FATTO, LA SENSAZIONE

Veniamo dunque alle varie condivisioni della foto sui media tradizionali (e sulle pagine social dei suddetti media). C’è una premessa da fare, che riguarda il “mondo ideale iperuranio” del giornalismo italiano. Nel mondo ideale esiste il giornalista, esistono le sue fonti ed esiste il pubblico. Nel mondo ideale il giornalista è necessario, per presentare le notizie che raccoglie dalle fonti al pubblico dopo averle analizzate, verificate, confrontate, contestualizzate. Cosa c’entra tutto ciò con una foto, direte. Ci arrivo. La giornata di oggi, ricca di rilanci, permessi chiesti (o non chiesti), menzioni, riproposizioni, mi ha insegnato qualcosa anche sul complesso problema delle fonti – uno dei nodi cruciali della professione del giornalista, categoria alla quale spesso mi vergogno ma a volte mi pregio di appartenere. Seguite il discorso: in questo caso io, con la mia foto su Instagram, sono la fonte. I giornalisti delle varie testate mi contattano e propongono la “notizia” al loro pubblico. Solo che… non c’è una vera e propria notizia. C’è una foto in un feed personale, evocativa, probabilmente simbolica, accompagnata da qualche riga insensata scritta dal fotografo in preda a un attacco d’ansia. In queste righe insensate, il fotografo peraltro si chiede “chissà cosa ci fanno le ambulanze incolonnate a quest’ora… forse vanno in un deposito?”. Capirete che in questo caso la fonte non è una “persona informata sui fatti”, ma è semplicemente una “persona sul posto”. Tanto basta, però, per voler pubblicare un pezzo. Un altro problema relativo alle fonti è che le fonti… vanno citate. Sempre. A meno che non chiedano espressamente di rimanere anonime (cosa che forse avrei dovuto fare, ma ne parliamo nel paragrafo successivo). Vediamo un attimo come si è svolta la giornata on line. Mentre io facevo le mie call su Teams, preparavo storyboard per lavoro e impazzivo a incastrare insieme piani editoriali digitali, Quotidiano Piemontese pubblica per primo un pezzo. Il pezzo sostanzialmente dice che io ho pubblicato una foto su Instagram e che questa foto potrebbe “entrare nella storia della pandemia”. Fonte citata, addirittura post integrale riportato, ma la notizia dov’è? Probabilmente per Vittorio Pasteris, che mi ha chiesto di poter usare la foto, lo scoop sta semplicemente nel fatto di aver lanciato una foto potenzialmente acchiappaclick. E infatti. Seguono a ruota Fanpage (che mi ha chiesto il permesso) e Huffington Post (che non me lo ha chiesto ma comunque mi cita correttamente). Entrambe le testate riportano integralmente il mio post originale – e meno male perché prima della fine della giornata ho dovuto integrarlo con alcune considerazioni oggettive sulla destinazione di quelle ambulanze – e agganciano la foto “emotiva” a una notizia vera, quella della dichiarazione del Piemonte come “zona rossa”. Purtroppo però sia Fanpage che HuffPost, nel tentativo di dire qualcosa in più commettono un errore molto comune: riportano e ribadiscono pedestremente quello che dice la fonte, senza fare il lavoro di analisi, confronto e contestualizzazione che sarebbe opportuno fare. Ormai è una decina d’anni che si parla di disintermediazione, di fonti che parlano direttamente al pubblico, di un ruolo del giornalista che non ha più senso, non serve. Ecco, lasciatemi dire: serve. Serve più che mai. Questo mio è un esempio minuscolo, ma rappresentativo. Lo ribadisco, io sono un signor nessuno: cosa posso saperne dei percorsi delle ambulanze, da dove venivano, dove andavano? Niente, perché sono solo uno qualunque che si è affacciato alla finestra e ha fatto una foto. Si prosegue con Il Messaggero e Il Mattino, poi con Yahoo News, Blitz Quotidiano, Notizie.it. Ormai la foto “cammina” da sola. Nessuna di queste testate ha chiesto direttamente un permesso a me, ma tant’è, il profilo Instagram è pubblico, e tutti citano correttamente la fonte. Queste testate cominciano a parlare di “immagine simbolo della seconda ondata” e di “foto che ha fatto il giro del web”, legando poi l’immagine a un trafiletto sulla sofferenza degli ospedali piemontesi (ma anche laziali, campani, e via dicendo). Nel pomeriggio è la volta di TGCom24 (una galleria fotografica senza commento, ma comunque hanno citato la fonte), La Stampa e Radio Deejay, che condividendo sui loro profili Facebook danno la botta finale di viralità. La Stampa non cita nemmeno la fonte, secondo quella prassi ormai consolidata per cui prendi una foto da un profilo social perché tanto è Internet quindi è di tutti. A questo punto non resta che passare la foto (sempre senza citare la fonte) sul TG3 nazionale come nota di colore e il gioco è fatto.
Dunque, solo esperienze negative? No. Cristina Palazzo su La Repubblica e soprattutto Lorenza Castagneri sul Corriere fanno un lavoro diverso. Mi chiedono, scavano nella melma, confrontano, capiscono. E al tempo stesso anche io, grazie ad alcuni commenti illuminanti, apprendo il fatto (le ambulanze andavano dall’ospedale Mauriziano ormai in difficoltà al nuovo centro Covid dell’ospedale di Tortona) che prima, semplicemente, non potevo sapere. Repubblica e Corriere citano la fonte ma non si limitano a “metterle un microfono davanti”. Non citano  integralmente il testo del mio post originale (meglio così, dato che era semplicemente fuffa), ma lo contestualizzano spiegando che sono le impressioni di un osservatore comune, e arricchiscono la notizia con informazioni di prima mano prese dagli ospedali coinvolti. Se avete capito dove volevo andare a parare, si tratta di modelli di giornalismo diversi, che però suscitano tutti, sempre, la stessa reazione(*).

(*) Aggiornamenti del 5 novembre: La Stampa non ha citato la fonte in un estemporaneo post su Facebook di ieri, ma fortunatamente si preoccupa di farlo nel suo articolo di oggi dedicato alla sofferenza degli ospedali piemontesi, sia su web che su carta. Il tema è pertinente (le ambulanze in effetti facevano proprio un trasferimento di pazienti), ma la mia sensazione è che la foto verrà considerata abbastanza generica ed evocativa da poter illustrare un po’ tutte le questioni Covid-related. Per la cronaca, anche il TGR Piemonte oggi ha citato correttamente la fonte a differenza del TG3 nazionale di ieri, e così ha fatto anche “Ore 14”, il magazine di Rai2 in onda poco fa.

Sempre il 5 novembre entra in campo anche la redazione di Bufale.net che scrive un pezzo di debunking per chiarire (dopo avermi cortesemente interpellato) che la foto è vera e la notizia collegata alla foto anche, in barba alle migliaia di negazionisti che hanno pervicacemente sostenuto il contrario (vedi qui sotto).

Ultimo (spero) aggiornamento del 5 novembre: Cristina Palazzo di La Repubblica mi chiama e imbastisce un’intervista all’autore della foto “bombardato di insulti sui social” – ma io non mi lamento, eh. Ai troll non va dato da mangiare, si sa.

Aggiornamenti del 6 novembre: il cerchio si chiude, Il Post (anche loro mi hanno contattato prima) fa un approfondimento molto esaustivo dei suoi su tutta la questione ospedali in Piemonte. Intanto i negazionisti – spero – hanno voltato pagina.

SITUAZIONE DISPERATA MA NON SERIA

Sarà perché il Covid-19 è ormai un tema divisivo come l’immigrazione, il cambiamento climatico o i diritti di chi non è maschio-bianco-etero-cisgender-ricco-sano, sarà l’inquinamento dell’aria, saranno le radiazioni del 5G ma questa foto, in particolare nelle sue condivisioni sulle testate di cui sopra, ma anche sul mio post originario, ha scatenato i pazzi squinternati che popolano il web. Lo popolano da sempre, ma negli ultimi anni si sentono particolarmente titolati e – anzi – orgogliosi di poter rovesciare il loro odio su tutto e su tutti. A me scivolano assai, ne ho letti un po’ e mi guardo bene dal rispondere o entrare in conversazione con i negazionisti (per quanto mi piacerebbe capire il motivo per cui sono così assurdamente aggrappati a questa teoria cospirazionista del Covid che non esiste o se esiste ce lo hanno mandato per oscuri scopi complottari). Vorrei concludere con una lieta disamina delle più frequenti tipologie di commento perché ritengo che anche queste siano educative ed esemplari, oltre che molto divertenti.

    • Quelli che mi augurano la morte per Covid-19
    • Quelli che “basta con le foto di ambulanze volete terrorizzare la gente”
    • Quelli che – sinteticamente – vaffanculo
    • Quelli che “chi ti paga” o “sei solo un servo” (di chi? Di Soros, probabilmente)
    • Quelli che è un fotomontaggio
    • Quelli che non è un fotomontaggio ma non si capisce perché l’autore abbia sfocato la foto (basta leggere il post)
    • Quelli che battibeccano all’infinito tra loro a colpi di “SVEGLIAAAA!!!1!”, “Ma tu stai male”, “Ma dove vivi”, “Ma di che stiamo parlando”
    • Quelli che le ambulanze sono vuote, coglione
    • Quelli che le ambulanze sono piene, coglione (ma non di malati Covid)
    • Quelli che hai fatto la foto solo per diventare famosoLOL
    • Quelli che ma come cazzo scrivi ma sei Barbara D’Urso? (Sì.)
    • Quelli che ma lei come si permette di postare una foto così offendendo chi lavora nella sanità (!!!?)
    • Quelli che lei è stato un ingenuo a farsi strumentalizzare così dai giornali, la perdoniamo perché si vede che è in buona fede
    • Quelli che per due click in più lei diffonde fake news (ma non era una news…)
    • Quelli che avete rotto il cazzo con il Covid

E via dicendo, ne ho sicuramente dimenticato qualcuno bello, ma tant’è.
In tutto ciò quasi nessuno ha pensato di chiedermi lo scatto originale (che accompagna questo post)…

EPILOGO

Alla fine della fiera, dall’esperienza di oggi io traggo queste conclusioni.
Va bene, una foto può diventare virale, essere rappresentativa di un clima, tutto ciò che si vuole. Una foto accompagnata da sensazioni personali però non è “una notizia”. Può andare quando si dice “questa foto può diventare simbolica di una situazione”. Non va bene invece quando si costruisce a margine una narrazione imprecisa o totalmente demandata alla fonte (non informata) e che travisa o aggiunge dove non c’è nulla di particolare da dire. Quanto al delirio di commenti che la foto ha scatenato, direi che rappresentano molto bene la polarizzazione malata alla quale siamo arrivati dopo decenni di solletico alla pancia della gente.

Mi sono stupito di più di alcuni attestati di stima provenienti da sconosciuti.
A questo siamo arrivati.

DISCESE AGLI INFERI E SLITTAMENTI DI GENERE

Luglio col bene che gli voglio non sono riuscito a vedere molti film, son stato una settimana al mare, mi sono intrippato con Dark che è un casino senza senso e devo star dietro a un sito per capire le relazioni tra i personaggi e le linee temporali, ma tre chicche me le sono viste. Ve le appoggio qui in attesa di tempi migliori. Enjoy.

FAVOLACCE (Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2020)

Ve lo devo dire, nel caso non ci abbiate ancora fatto caso. Favolacce dei fratelli D’Innocenzo è un capolavoro totalmente fuori dagli schemi e lo trovate al momento anche su Prime (doveva uscire in sala ad Aprile, ma vabbè, comunque in molte sale lo trovate adesso). Mi aspettavo un film grottesco che calcasse la mano sulle meschinità della piccola borghesia romana. Ci ho trovato questo, certo, ma molto altro. Favolacce parte da un presupposto narrativo (il ritrovamento di un diario scritto da una bambina) che mette una doppia, tripla distanza tra lo spettatore e la materia narrata. E meno male, perché si tratta di roba incandescente. Ci sono quattro famiglie che stanno chi nelle villettine a schiera chi in baracche prefabbricate, c’è l’estate, la scuola (vanno a scuola d’estate? Non è chiaro). I tempi narrativi saltano qua e là, a un certo punto sembra sia messo in scena il classico ultimo giorno di scuola con gavettoni, poi no, ci sono altre scene in classe. Ci sono adulti gretti, meschini, mediocri, prevaricatori, violenti, incapaci di ascoltare. Ci sono bambini afasici, patologicamente timidi, inadatti, inadeguati, rassegnati, ma puri e poco concilianti. Inevitabile che i due mondi (quello squallido degli adulti e quello sur-reale dei bambini) si scontrino facendo delle vittime. Elio Germano che qui fa il padre di una delle famiglie in questione, ha due scene francamente terribili, in cui viene voglia di girarsi dall’altra parte, che contribuiscono a definirlo come il più grande attore italiano in giro oggi. Ileana D’Ambra, che non conoscevo, è un’altra grande sorpresa nel ruolo di sogno erotico di uno dei bambini protagonisti, vista attraverso gli occhi del suo desiderio e infine vista per quello che è veramente in una sequenza devastante e ulteriormente messa a distanza, raccontata attraverso un servizio di cronaca del telegiornale (ma è la stessa notizia dell’inizio del film? Il tempo è circolare). Tutto è girato con una inquietante insistenza sui primissimi piani, su dettagli apparentemente non-significanti, su ombre, carrelli a precedere. L’uso del fuori campo è magistrale (specialmente nella succitata scena di Germano), si ha sempre la sensazione che stia per esplodere la tragedia, e quando esplode si è ormai quasi sfiancati da questo continuo richiamo a Pasolini e Antonioni (i primi nomi italiani che mi sono venuti in mente) ma anche – per le atmosfere – a Yorgos Lanthimos. Folgorante la scelta di usare per le musiche un LP del ’72 di Egisto Macchi, “Città Notte” (era un membro del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, come Morricone): la musica concreta ed elettronica, mixata con gli effetti sonori del film rende la realtà di Favolacce ancora più sospesa. Quando sui titoli di coda risuona una assurda filastrocca che ripete in continuazione “non si può guarire, bisogna morire”, resti lì inebetito e capisci che hai visto un film, per dirla con Stanis La Rochelle, “molto poco italiano”. Non è per tutti, eh. Soprattutto astenersi quelli che non vogliono vedere brutte cose che capitano a bambini, io ve l’ho detto. Comunque uno dei film migliori dell’anno, so far. #recensioniflash

MATTHIAS AND MAXINE (Xavier Dolan, 2019)

Quanto ci piace Xavier Dolan da queste parti, non potete capire. Ho perso giusto il suo apparentemente terribile film americano ma per il resto li ho amati tutti moltissimo, con una predilezione speciale per Laurence Anyways e Tom à la Ferme. Del resto come si può non amare uno che a 19 anni scrive dirige monta e recita da dio tutto insieme? Uno che ha il senso innato dell’inquadratura e di come distillare da questa emozioni mai dette, ma solo suggerite visivamente? Uno che per finanziarsi i film accetta parti piccole ma incisive in film come It (parte 2)? Uno che – ho scoperto da pochissimo – nel natio Quebec ha doppiato Ron Weasley, Peeta Mellark e Jacob Black (LOL)… E quindi, spinto da una serie di post a tema direi prossemico di Dario Tomasi, ho visto anche questo Matthias e Maxime, e devo dire che siamo sempre a livelli molto alti. I due ragazzi del titolo fanno parte di una compagnia di amici di Montréal, dove si parla un mix orribile di francese poco comprensibile e inglese con accento terribile… esilarante. Anche il senso dell’umorismo dei ragazzi quebecois è qualcosa di interessante, con battute epiche come “Your mom is so fat her Patronus is a Burger King”. Comunque. A un certo punto per scommessa i due devono partecipare al corto amatoriale della sorella minore di un amico e devono baciarsi davanti alla telecamera. Il bacio non si vede, Dolan stacca prima. Ma è un bacio che mette in discussione tutto. Non lo definirei tanto un film gay, Dolan stesso lo ha definito semplicemente un film d’amore. I due amici etero scoprono da quel bacio che evidentemente li lega un sentimento più forte. Ma è un problema. Rende imbarazzanti le uscite in gruppo, si percepisce che c’è un non detto, ci sono dei giochi di sguardi misti a stacchi e – appunto – costruzioni delle inquadrature veramente magistrali. E comunque la passione a un certo punto esplode in maniera concitata e quasi dolorosa (su Tumblr ovviamente è strapieno di GIF che ripropongono l’unica scena di pomiciamentus interruptus del film) e poi la chiusura (“This is not us, we have to talk”). Ma Matthias e Maxime finisce che non parlano mai, Maxime deve partire per l’Australia, l’evidente sentimento che c’è è destinato a morire male… o forse no. Finale ambiguo e apertissimo come sempre, grandissima prova d’attore di Dolan che è bravo anche a sanguinare. E che ovviamente ha una mamma psicolabile e affetta da dipendenze che è la stessa di J’ai tuè ma mère. #recensioniflash

ANTRUM (David Amito / Michael Laicini, 2020)

Io ho finito luglio guardando ANTRUM, e così penso che voi dovreste iniziare agosto assaporando questo horror un po’ fuori dagli schemi, fuori di testa, fuori dalla norma, insomma… fuori. ANTRUM ha come sottotitolo “The deadliest film ever made”. Tipo The Ring, ma lì era un corto che lo vedevi e poi morivi. Tipo La fin absolue du monde (il film maledetto di Cigarette Burns di Carpenter), ma lì manco lo vedevi. ANTRUM invece è l’operazione di marketing horror più felice dai tempi del primo Blair Witch Project (ma fortunatamente senza la menata della camera a mano). ANTRUM parte come un documentario su ANTRUM, film del 1979 che tutti quelli che hanno avuto il (dis)piacere di vederlo o di selezionarlo per un festival cinematografico sono morti male. Tipo che uno si è tuffato in mare dopo aver visto ANTRUM ed è atterrato su un temibilissimo e velenosissimo PESCE PIETRA ed è morto tra atroci dolori. Ma sai che c’è, alla fine hanno ritrovato una copia di ANTRUM e te la fanno vedere, tutta, sì, proprio così, con un disclaimer a tempo che dice “Oh, vedi tu, se lo vuoi guardare Amazon Prime declina ogni responsabilità per gli effetti collaterali tipo diarrea, vomito, MORIRE MALE. Hai 30 secondi per spegnere il televisore o uscire dalla sala. 29, 28, 27…”. Poi inizia ANTRUM, il presunto film del ’79, e devo dire che visto a tarda notte qualche inquietudine la mette. Cioè intendiamoci, è una cazzata immane, c’è un bimbo triste perché hanno fatto l’iniezione letale al suo cane, lui chiede “ma è andato in paradiso vero?” e la mamma stronza senza limiti gli fa “no, è andato all’inferno perché era un cane cattivo” e allora il bimbo e la sorella maggiore decidono così sui due piedi che vanno nel bosco dove si dice che ci sia la porta dell’inferno a scavare di brutto finché non raggiungeranno l’inferno, proprio. Tipo per salvare l’anima del cane, ma in realtà non è importante. In realtà per tutto il film, sgranato, graffiato ed efficacemente girato “come se” fosse una roba underground bulgara anni ’70, appaiono cose, la pellicola è graffiata con simboli satanici, c’è una musica binaurale angosciante e fastidiosissima, fruscii, figure nere, inserti con gente che viene torturata male, cadaveri che affiorano, uno che si scopa un cervo morto, un giapponese che sembra che voglia fare la cacca nel bosco poi invece voleva fare harakiri ma quando si vede scoperto dai due bambini chiede scusa e scappa via, ma soprattutto LO SCOIATTOLO DEL DIMONIO (favorisco foto, per me è l’apparizione più bella del film). In questa discesa agli inferi sempre più psichedelica non si capisce bene se succedono cose o se in realtà è tutto nella testa dei due protagonisti. Si capisce che all’inizio lui è disturbato e la sorella è più a posto mentre verso la fine si invertono i ruoli e la sorella va fuori di testa. Ad ogni modo, non è che ci sia un vero e proprio finale. Ogni tanto, specialmente verso la fine, appare Astaroth che mormora cose incomprensibili e guarda male lo spettatore, io poi a un certo punto ho anche dormicchiato, tanto nei punti salienti c’è la stecca di sonoro che ti fa capire che succede qualcosa. Non so nemmeno dirvi se mi è piaciuto o no. Però ci sto ancora pensando. E, per la cronaca, non sono ancora morto. #recensioniflash