EL CONDE: LA DITTATURA IMMORTALE

Passato a Venezia e approdato su Netflix, ecco El Conde di Pablo Larrain, un regista che mi aveva fatto gridare al miracolo quando nel 2008 vinse a Torino con Tony Manero e che poi non ho più seguito (o meglio, quando l’ho seguito avevo un po’ storto il naso per i suoi biopic femminili, tipo Jackie o Spencer).

El Conde è una sorta di pietra tombale (è proprio il caso di dirlo) sulla dittatura cilena di Pinochet, un apologo surreale e a tinte horror sulla vecchiaia del “conte” – che è effettivamente un vampiro con mantello, canini appuntiti e tutto – tra gli intrallazzi dei familiari che vorrebbero i suoi soldi, le velleità della moglie che lo tradisce con il maggiordomo russo (vampiro anche lui) e l’assurda missione in incognito di una suora/esorcista mandata dal vaticano a distruggere i Pinochet un po’ con i crocifissi un po’ con l’analisi dei libri contabili.

Formalmente El Conde funziona benissimo, ha una fotografia molto interessante, soluzioni visive debitrici di un tardo Bunuel, diverse sequenze che rimangono impresse (la catena di omicidi all’inizio, i frullati di cuori umani, l’epilogo della relazione tra suora e vampiro, per esempio). Se si guarda meramente al lato horror bisogna ammettere che Larrain non lesina sull’ultraviolenza e sugli effetti splatter.

C’è secondo me un po’ di confusione nel racconto che però essendo “fantastico” procede su binari suoi e forse va bene così. Molto divertente la genesi del supervillain Augusto Pinochet nato Claude Pinoche durante la rivoluzione francese dalla relazione tra una donna e uno strigoi. Quando si scopre chi è la donna in questione (che è anche la narratrice del film) c’è da cappottarsi.

L’epilogo – amarissimo – è nella Santiago di oggi, a colori, e non lascia presagire molto di buono: i fascismi si rigenerano sempre.