I MOSTRI E GLI INNOCENTI DI KORE’EDA

Monster (Kaibutsu) di Hirokazu Kore’eda è il titolo internazionale del film: quello italiano è “L’innocenza”, due titoli apparentemente in contrapposizione ma che evidenziano due possibili letture di un film complesso e meraviglioso che ho già guardato due volte e che probabilmente guarderò diverse altre volte, perché… è uno di quei film ai quali pensi e ripensi e vuoi rivedere.

In Monster la narrazione di Kore’eda appare diversa dal solito: dopo un paio di film all’estero torna in Giappone ma per un film che non è scritto da lui, e si vede perché è strutturato come un thriller in cui poco a poco la verità viene svelata con un meccanismo che può sembrare un po’ forzato ma che poi funziona.

All’inizio Monster sembra un film drammatico incentrato su Minato, un bambino con evidenti problemi psicologici sempre sull’orlo dell’autolesionismo che viene in qualche modo abusato dal suo insegnante Hori. La madre di Minato avvia una crociata (dal suo punto di vista giustissima) contro la scuola, il professore e la preside che mette in evidenza le storture del sistema. Ok. Ma poi…

Rewind. Tutti gli avvenimenti vengono rivisti dal punto di vista di Hori, l’insegnante. E le stesse immagini che abbiamo già visto, riproposte da un’altra angolazione o con un diverso taglio, ci portano a capire che forse la situazione è diversa, che forse è Minato il bullo che ha la sua vittima designata nel compagno di classe Yori, e Hori l’insegnante comprensivo che cerca di fermarlo. Il remissivo Yori, peraltro, ha un padre evidentemente abusivo che lo convince di avere un “cervello di maiale”. Alla fine di questo “secondo atto”, leggendo un tema di Yori, l’insegnante intravede la verità e quindi…

Rewind. L’ultima parte del film propone la stessa sequenza di eventi dal punto di vista dei bambini, Minato e Yori. Ed è solo a quel punto che tutte le tessere di questo meraviglioso e drammatico puzzle si incastrano e abbiamo il quadro completo. Chi è il “mostro”? Chi sono “gli innocenti”? Nell’ultima parte Kore’eda si riconferma ancora una volta il miglior regista di bambini in circolazione, anche se a quanto pare stavolta non li ha fatti improvvisare ma ha dato un copione ben preciso da imparare, contrappuntato dalle musiche meravigliose di Ryuichi Sakamoto, le ultime composte prima di morire.

Non voglio svelare nulla della delicata storia di Yori e Minato, se non che intorno a loro si dipanano le storture della società giapponese (molto simile a quella occidentale, tant’è vero che c’è un altro film – “Close” – che racconta le stesse tematiche e a questo punto vedrò sicuramente) e l’omofobia inconsapevole radicata in tutti, bambini e adulti, in un costante “gender policing” che spinge i protagonisti all’isolamento. Nulla che non abbiamo provato tutti a quell’età, e quindi ancora una volta un tema universale per Kore’Eda che viene portato fino a una risoluzione ambigua, nella quale chi vuole può leggere la tragedia, altri (come Kore’Eda stesso) potranno invece vedere la “liberazione” dalle convenzioni.

E ora scusate, vado a rivederlo per la terza volta.
Se avete pazienza e l’avete perso in sala dovrebbe uscire a breve su Mubi.

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