Mickey 17 di Bong Joon-Ho era – ovviamente – uno dei film che attendevo di più da almeno un anno. E devo dire subito che qui non siamo tanto dalle parti di Parasite, Mother o Memories of a Murder. Siamo più dalle parti di Okja, The Host o Snowpiercer. Non so, sarà che quando fa i film in inglese a Bong si sviluppa una seconda personalità, ma è indubbio che Mickey 17 sia un film riuscito a metà. O per tre quarti, via, se vogliamo essere buoni. Vado a spiegare il perché.
Mickey Barnes (Robert Pattinson) è il personaggio che tiene sulle spalle l’intero film. Sua la strascicata e disillusa voce narrante, suo il carico di un protagonista che “deve morire” innumerevoli volte (nella fattispecie 16 volte, come ci fa vedere il divertente montaggio nei primi venti minuti del film). Mickey è un expendable, uno che ha firmato affinché il suo cervello potesse essere backuppato in un hard drive e il suo corpo potesse morire ed essere “ristampato” ogni volta (l’idea della TAC/stampante è effettivamente fighissima).
Passo indietro: ci troviamo ovviamente in un vicino futuro distopico in cui l’umanità abbandona la terra tentando di colonizzare altri pianeti. Mickey 17 si svolge su un astronave e su un pianeta alieno, dove vivono delle specie di armadilli morbidosi coi tentacoli dall’aria minacciosa. Mickey 17 è dato per morto ma viene invece salvato proprio da questa specie aliena. Lo staff medico stampa una versione Mickey 18 e qui inizia la commedia degli equivoci. Mickey 17 è docile e remissivo, il 18 è cazzuto e arrogante. La sua partner Nasha (Naomi Ackie) è assolutamente deliziata di poter fare sesso con due versioni dello stesso uomo, ma se 17 e 18 venissero scoperti, uno dei due dovrebbe morire.
Al piatto forte, aggiungiamo: 1) un flashback in cui apprendiamo che Mickey e il suo amico Timo (Steven Yeun) sono fuggiti nello spazio per sfuggire ai debiti che hanno con un usuraio psicopatico che gli ha prestato il capitale per aprire il loro negozio di macarons; 2) una trama parallela con Marshall (Mark Rufalo) e Ylfa (Toni Collette), un politico stile MAGA – ci sono anche i cappellini rossi – e la moglie ossessionata dalle salse gourmet che guidano l’astronave in un progetto fascista e colonizzatore; 3) gli alieni che – grazie ad un traduttore universale molto Babelfish – comunicano con Mickey veicolando il loro messaggio anticapitalista e anticoloniale; 4) sul finale, una intera sequenza di sogno di Mickey talmente lunga da farti pensare che il film non sia effettivamente finito e insinuare il sospetto che forse non hai capito nulla della trama… ma poi era solo un sogno.
Insomma: Mickey 17 dura più di due ore quando potrebbe durare agevolmente un’ora e mezza. Il problema è solo questo, la voglia di fare spiegoni e – sensazione mia – l’autocompiacimento di Bong che non ha voluto tagliare molte parti inutili (l’insistenza sulla gag della salsa fatta con le code degli alieni è una delle cose che lascia più perplessi).
Se Parasite era cinema in punta di fioretto, Mickey 17 sembra usare una mazza da baseball per farsi strada nell’immaginario dello spettatore. Production design e fotografia sono al top, Pattinson e Ackie sono splendidi (lui poi in doppia versione con un bel lavoro sull’interpretazione). Il resto è talmente spinto sul piano del grottesco che ad un certo punto – non credevo avrei mai potuto dirlo – stufa.