Perdonami Martin, perché ho peccato. Non ho avuto la forza e la fermezza di vedere il tuo film di tre ore e mezza al cinema, dove tu volevi che io lo vedessi, e invece l’ho visto a casa, spezzandolo in quattro episodi come una miniserie qualsiasi.
Va detto che avevo paurissima del tuo film, Martin. Dopo The Irishman e Silence ero leggermente prevenuto. Ma sbagliavo, Martin, e ti chiedo perdono dal profondo del cuore. Killers of the Flower Moon è evidentemente uno dei tuoi capolavori.
Siccome sono vecchio, per me Osage Tribe era il nome di una band progressive in cui cantava Franco Battiato prima di intraprendere la carriera solista. Ora grazie al tuo film ho scoperto un pezzo per me inedito di storia degli USA. Una storia squallida e violenta di prevaricazione, come quelle che piace raccontare a te.
Leonardo DiCaprio è perfetto nel suo ruolo di fantoccio del capitalismo e del patriarcato, i due mali incarnati nella figura diabolica di Robert De Niro. Lily Gladstone se possibile è ancora più brava dei due protagonisti maschili nel ruolo di Mollie, moglie Osage e vittima predestinata.
Ti sei preso il tuo tempo, punteggiato dalle musiche scarne di Robbie Robertson e dal montaggio sapiente di Thelma Schoonmaker, e hai raccontato la fine di una civiltà, la nascita di un’agenzia, il familismo amorale della borghesia bianca, il crimine reso spettacolo in un finale memorabile in cui ci hai messo la faccia direttamente.
Grazie, Martin, non sono degno, lo sai.
Thah-leen gah-xeh.